Finalmente anche per Shiningarden sono giunte le vacanze. Si spegne il computer e si parte per un’avventura targata Parigi. Guida turistica e cartina nello zaino; nell’anima un’innata curiosità e il desiderio di scoprire gli originali risvolti artistici di questa affascinante città.
Prima della partenza, però, ho deciso di ristrutturare il vecchio template del blog, ridipingendo pareti e spostando mobili. Non noterete, al contrario, molte differenze nei contenuti, non per adesso almeno.
Stacco per qualche settimana e ne approfitto per guardarmi intorno, osservare, imparare cose nuove e definire meglio alcune ideuzze che mi frullano in testa.
Ci rivediamo a fine agosto. Buone vacanze a tutti i viaggiatori che passeranno di qui!
Vogliamo ritrovare un po’ di orgoglio per l’Italia e per le nostre città? Forse in questi ultimi tempi ne abbiamo bisogno un po’ tutti noi italiani, al Nord e al Sud, indistintamente: ricordarci delle bellezze del nostro paese, anche se provengono dal passato.
In particolare, per noi torinesi (eh sì, la misteriosa Torino, città che si ama e si odia allo stesso tempo!), ogni tanto fa bene riscoprirsi orgogliosi della propria città bistrattata.
In questo video c’è un po’ di quell’emozione speciale che di fronte a strade ed edifici quotidianamente ignorati dai nostri occhi, ci porta a riscoprirli e a surrurrare quasi sorpresi: “In fondo, io amo questa città!”
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Anche se con un po’ di ritardo, sono felice di accettare a nome di Shiningarden la nomina di Fausta (http://nonnatuttua.spaces.live.com) al premio “Brillante weblog 2008”. Un premio creato da ArteLibri per promuovere la diffusione dei blog che si sono distinti per i contenuti e per l’estetica.
Ringraziando di cuore Fausta per l’apprezzamento e i complimenti, pubblico a mia volta le regole del premio.
1) Chi viene nominato deve scrivere un post sull’argomento, citando l’autore della nomina e indicando il link del suo blog.
2) “Nominare a propria volta almeno 7 blog, indicandone nell’articolo i link e avvisando i loro gestori del premio.
3) Esibire, ma questo è facoltativo, il profilo-foto di chi ha nominato e di chi è stato nominato.
Anche se con circa due settimane di ritardo Shiningarden vi presenta le sue novità di luglio:
- un racconto “Io mai”: la storia di un giovane e del suo viaggio alla scoperta del coraggio che trasforma possibilità solo immaginate e desiderate in realtà da vivere e far accadere.
- una nuova sezione dedicata alle poesie di un giovane scrittore, nato con la penna in mano, capace di tracciare nuovi sentieri e riscoprirne di antichi.
Oltre alle sue poesie, che troverete ne la sezione “Le poesie di Leo“, potete leggere un suo racconto “Imo, ovvero dalla nascita della poesia“, tra i vincitori del Premio Letterario Racconti nella Rete - VII edizione 2007/2008. Buona lettura!
- infine, per chi non solo ama leggere, ma anche scrivere, nella versione inglese di Shiningarden abbiamo pubblicato il primo articolo sui consigli di scrittura creativa: “How to get inspiration“. Presto arriverà anche la traduzione italiana, ma se masticate un po’ d’inglese, perchè aspettare?!
Sono rare e molto ambite: tutti le vogliono, ma il privilegio di afferrarle sembra riservato a pochi.
È proprio così? Le occasioni capitano davvero nella vita?
Che volto o fisionomia potremmo associare a un’opportunità? Tutte e nessuna perché l’occasione è per natura un’entità camaleontica capace di assumere qualsiasi forma e sostanza. Le uniche caratteristiche che ricorrono immutabili sono il tempo e il luogo.
Un’occasione non si presenterà nel luogo giusto al momento sbagliato o nel luogo sbagliato al momento giusto. È un dato di fatto, in caso contrario non si chiamerebbe più occasione.
Rimane una domanda a tormentarci: si presenterà? Avrà fissato un appuntamento con la nostra vita? O vivremmo nel limbo delle possibilità non manifestate agitandoci nel tentativo di afferrare farfalle immaginarie?
Le occasioni esistono. Non ci sono dubbi. Le ho viste con i miei occhi. Le ho viste capitare agli altri. Le ho viste capitare e perdersi, capitare e ritrovarsi.
Sono un gioco d’azzardo, una partita alla roulette: scegliamo il numero, lanciamo la pallina e la osserviamo girare, girare e girare. Finché scivola nella casella del nostro numero. E la ruota si ferma.
Ecco l’occasione: scegliere di giocare, scegliere il numero, scegliere di lanciare la pallina e scegliere di accettare il risultato. In una parola sola? SCEGLIERE.
Se siete persone a cui piacciono gli elenchi, scegliere è il primo punto importante.
Non importa come si presenterà l’occasione, molto probabilmente assumerà le sembianze innocue di un annuncio di lavoro a cui decideremo di rispondere, di una persona che ci verrà presentata da terzi, di uno strappo alla routine forse percepito come fastidioso.
Comunque si presenti è quasi sicuro che non sapremo riconoscerla, sarà lei a trovarci e a solleticare la nostra curiosità.
Forse penseremo: “Che fortuna! Che coincidenza! Che stranezza!” E tutto finirà come è iniziato. O forse daremo seguito all’evento. Sceglieremo di conferirgli importanza e di recitare la parte dei protagonisti.
Secondo punto importante: una volta che avremo scelto, lo scenario cambierà in base alle nostre scelte e alle scelte di chi ci circonda. A quel punto sarà fondamentale giocare le nostre carte migliori. Il nostro atteggiamento, lo spirito con cui affronteremo la situazione influirà in modo determinante sul risultato finale.
Non è una questione di carattere. Possiamo essere introversi o estroversi, riflessivi o temerari: il tipo di rapporto che instaureremo con gli altri dipenderà unicamente dall’atteggiamento che assumeremo nei loro confronti e dal modo in cui li considereremo. Saranno nostri fidati alleati o irriducibili nemici molto più per nostra scelta che per loro.
Terzo punto: il destino non c’entra niente e la fortuna neppure. Intorno a un’occasione graviteranno persone che ci permetteranno di sentirci vincenti. Ci aiuteranno senza neppure saperlo e grazie a loro taglieremo l’agognato traguardo. Saranno una parte fondamentale della nostra occasione e il peggior rischio che correremo sarà quello di conferire importanza alle persone sbagliate. Alcune ci apriranno la strada, altre ci accompagneranno lungo il cammino. Non ci saranno né persone di serie A né di serie B. Giocarsi le persone giuste, spesso, significa giocarsi la partita.
Quarto punto: un’occasione non è facile, è faticosa. Afferrarla sarà anche difficile, ma riuscire a trasformarla in un progetto vincente è un impegno costante che può anche logorare. Non è possibile cavalcare l’onda del momento senza fare i conti con le notti insonni, il tempo libero raso a zero e il costante spauracchio del fallimento.
Nonostante ciò, un’occasione segue le leggi del karma: più dai e più riceverai, più desideri controllare e più disordine creerai intorno a te. Più togli alle persone che ti circondano e più perderai di te stesso. Forse non sarà una legge fisica, ma è dimostrata dall’esperienza.
Quinto punto: un’occasione ha bisogno di un ideale. Soldi, fama e successo possono anche essere il nostro obiettivo finale, l’unica cosa che conti davvero. E per averli possiamo anche pensare che meno ne concederemo agli altri, più ce ne sarà per noi. Sfruttare gli altri e ingannarli, quindi, non sarà un grosso problema per la nostra morale. Peccato che lo sia per qualsiasi occasione perché il successo non si raggiunge da soli e non si mantiene nella solitudine del proprio regno dorato. Più persone graviteranno intorno all’occasione, più fedeli alleati riusciremo a conquistare, più consolideremo il nostro successo. E con lui tutto quello che andiamo cercando: soldi, fama, amore, serenità.
In breve il cocktail esplosivo di un’occasione si prepara miscelando con attenzione:
le proprie scelte
l’atteggiamento nei confronti degli altri
le persone giuste che ci aiuteranno
l’impegno e la costanza
un ideale da seguire e condividere
Non è un gioco da ragazzi, ma neppure un’impresa impossibile. Dipende da noi e in sé questo fatto può essere sia la garanzia del successo sia il preludio del fallimento.
Che cosa ne pensate: è un’idea rassicurante o tragica?! Qual è il vostro atteggiamento nei confronti delle occasioni? Quanto sono importanti gli altri per voi nella realizzazione di un progetto vincente?
Come si costruisce una vera amicizia? Partendo dalle fondamenta. Scavando proprio là dove i nostri occhi all’inizio non scorgevano niente, dove non c’era niente.
Dopo tanta rabbia, risentimento, rancore, tutte parole brutte che iniziano per R, dopo le incomprensioni, la tristezza e la malinconia dell’abbandono, gli anni passano, il tempo fluisce, scivola veloce tra opportunità e delusioni per giungere infine là dove eravamo sempre stati diretti.
Non sono coincidenze, come mi è stato insegnato da un saggio amico: niente accade per caso, o forse è semplicemente più responsabile pensarlo. È la direzione che diamo alla nostra vita, l’impronta che lasceremo nel cuore degli altri, è quello per il quale saremo ricordati.
Era il lontano 2002 quando scrissi uno dei miei primi racconti sull’amicizia. Non un racconto vero e proprio, quanto più la fotografia di un attimo e di una possibilità, per usare le parole di un altro amico, scrittore in erba.
Tre giovani amiche a un bivio delle loro vite: quando sembra non esserci niente, quando si è circondati dal nulla… come cambiare la propria sorte? È possibile? E quanto coraggio richiede?
Who are you: a borrowed dream or a superstar…?*
- Mademoiselle, posso farvi un ritratto? –
Léa scosse la testa e si allontanò con passo veloce dall’uomo che l’aveva appena fermata. Le cuffie le avevano impedito di sentire le sue parole, ma la ragazza poteva immaginarle: il blocco di fogli in mano, il pezzo di carboncino che ormai aveva annerito anche le sue dita, l’aria trasognata tipica dell’artista di strada.
Passava pressoché ogni giorno per Place de Tartre. Indifferente alla moltitudine di turisti, sempre diversi, che le camminavano accanto, a quel loro strascicato francese, alla loro meraviglia di fronte ai dipinti degli artisti.
Era stanca di quella strada. Era stanca di quegli uomini e donne che si affannavano ogni giorno alla ricerca di una persona con un bel viso, o semplicemente di una che si lasciasse convincere che il suo lo fosse, per esprimere la loro arte e guadagnare qualche quattrino.
Era stanca della sua vita. Senza prospettive, senza scopo, senza un briciolo di autostima.
Ascoltava quella musica, quella voce che le domandava ogni volta che Léa ricapitava sulla stessa canzone: “Do you even know who you are? A borrowed dream or a superstar?
Do you even know who you are? A raising dream or a fallen star?”
E lei avrebbe voluto gridare a squarciagola, come faceva la cantante, il suo estremo disagio; tutte quelle speranze e quei sogni che gli altri tentavano a ogni occasione di rubarle; tutta la rabbia che provava per gli esseri umani, per quella indifferente società che l’aveva portata a odiarsi.
Una lacrima le scese furtiva lungo la guancia. Si era ripromessa che non avrebbe più pianto. Si era ripromessa che non avrebbe più sofferto. Non si sarebbe più sentita così sola: ora c’era lui, c’era la sua musica, c’erano i sogni che lui le aveva prestato.
Christine affrettò il passo. Non faceva molto freddo nonostante fosse ancora inverno e i giardini delle Tuileries non fossero mai stati più spogli e desolati. Eppure lei si sentiva gelare dentro. Lui non poteva essere lì ad abbracciarla, a dirle che tutto sarebbe andato bene. Lui non poteva e forse un giorno sarebbe persino tornato a riprendersi tutti quei sogni. Se solo fosse stato un po’ più reale.
Forse lei sarebbe riuscita nuovamente a credere negli altri; forse la sua vita sarebbe stata un po’ meno degli altri.
La sera prima aveva parlato con Morgane, del più e del meno, come sempre. Oh, come avrebbe voluto fidarsi di lei, ma non poteva. Morgane era troppo reale, lei avrebbe nuovamente potuto spezzarle il cuore.
Christine alzò il viso e lasciò che il leggero vento glielo asciugasse definitivamente, le donasse un po’ di sollievo, come se quel tocco fosse stata una sua carezza.
E mentre la sua mente riandava al suo ricordo le parole di una canzone che aveva ascoltato pochi minuti prima di uscire di casa le si formarono sulle labbra: “Is life good to you or is it bad? I can’t tell anymore…”
“I’m looking for a way to become the person that I dreamt of when I was sixteen…”
Morgane prese tra le mani la tazza di cioccolato caldo, se la portò alle labbra e la sorseggiò lentamente, sperando che il suo calore potesse in un qualche modo scaldare anche lei.
Da quella notte, quando aveva fatto quel sogno, non riusciva più a pensare a niente. Le era sembrato così vero: il suo sorriso, le sue parole.
La mattina dopo si era svegliata quasi aspettandosi di vederlo comparire dalla porta della stanza, il suo profumo così pungente e penetrante.
Ma nulla era cambiato, cosa si aspettava? Un miracolo? No, non poteva più aspettare niente, doveva mettersi all’opera, dovevano farlo tutte e tre perché le loro vite non fossero vane.
Morgane appoggiò la tazza sul tavolino e mescolò svogliatamente lo zucchero, intorno a lei persone che apparivano felici e soddisfatte. Di sicuro non era così, riflettè, ma come lei non poteva scorgere il loro disagio, gli altri non potevano e forse non avrebbero mai potuto scorgere il suo.
Finì la cioccolata e si alzò indossando la giacca. Per fortuna quell’inverno non sembrava così freddo. Pagò alla cassa e uscì dal café. Un venticello lieve l’accolse all’esterno. Era una bella giornata, la giornata ideale per parlare a Léa del suo progetto, del suo sogno.
E poi sarebbe toccato anche il momento di rivelarlo a Christine.
L’avrebbero considerata una pazza o avrebbero deciso di rischiare anche loro?
Le ultime note di una canzone all’interno del café risuonarono nell’aria mentre Morgane si incamminava alla volta di MontMartre…
“I’m a lonely girl, I’ll tell a tale for you… Cuz I’m just tryin’ to make all my dreams come true…”
* I versi appartengono alla canzone Lonely girl di Pink
L’Italia non se la passa bene. L’antica culla degli artisti sta assumendo i contorni di un rifugio per disperati. Del Nord e del Sud. Per gli italiani e per chi aveva finora creduto nel sogno italiano.
“Ci rimane forse un’alternativa?”, mi chiedono gli amici più intraprendenti e ambiziosi. Andersene, mi dicono. In Francia, in Spagna, da qualsiasi altra parte per non rimanere invischiati in questo pantano. “Siamo troppo arretrati. Quale futuro possiamo aspettarci qui?”
A diciotto anni ero convinta di emigrare. Volevo andare in Australia. L’Italia non mi piaceva e non c’era nessun motivo per cui, mi dicevo, valesse la pena rimanere. Ero un’idealista e non avevo paura. Poi conobbi un’australiana che mi disse: “Qui non è facile, mi piacerebbe andare in Giappone. Sto imparando la lingua.” Qui non è facile.
Andarsene è il sogno che ci accomuna. Emigrare e trovare condizioni di vita migliori. Lasciare il proprio paese perché non offre prospettive se non quelle di soffocare nelle sabbie mobili.
Immobilità. Disorganizzazione. Corruzione. Criminalità. Chi vorrebbe vivere in un paese il cui futuro sembra determinato da queste quattro calamità innaturali?
E come sopravvivere se non è possibile partire? Qual è il limite oltre il quale la frustrazione diventa rancore? E dal rancore si passa all’odio? E l’odio si trasforma in follia collettiva?
Oggi la violenza si divide in due grandi correnti: la violenza del prepotente e la violenza dell’oppresso. La prima appartiene a chi utilizza la forza per ottenere un vantaggio personale, anche temporaneo, la seconda, invece, è la violenza di chi ha bisogno di un capro espiatorio per sentirsi meno impotente di fronte alle ingiustizie.
Così, può capitare che la violenza del primo diventi una giustificazione per la violenza del secondo che spesso colpisce alla cieca ed è inconsapevole delle conseguenze.
È questo il futuro che ha scelto per sé l’Italia? La logica del ferro e del fuoco per risolvere i problemi?
Fermiamoci un attimo a riflettere e proviamo anche noi a rispondere alla semplice domanda che il commissario europeo per la Romania, Leonard Orban, ha posto alla giornalista Gabriela Preda: “Come si vive in realtà in Italia?”
Prima di puntare il dito sulla diversità, proviamo a osservare le nostre difficoltà quotidiane. Da dove nascono veramente?
“Quali sono i motivi di disagio più comuni, al di là di quelli legati all’immigrazione?”
Variano a seconda dell’età, delle esigenze e del contesto che si vive ogni giorno, ma scommetto che dipendono in minima parte da quegli altri che oggi sembrano essere diventati il capro espiatorio di tutti i mali italiani.
Vogliamo parlare dei trasporti pubblici, in particolare delle ferrovie che sono in rosso da anni e che non considerano un treno soppresso un disservizio?
Vogliamo parlare dei contratti di lavoro che obbligano noi giovani a posticipare a data da destinarsi il sogno di una vita indipendente e di una famiglia?
Vogliamo parlare del bullismo nelle scuole e dei programmi scolastici che sfornano giovani ignoranti e incapaci di sognare un futuro?
Vogliamo parlare del problema dei rifiuti e dell’energia, argomenti che ultimamente vanno di moda, e che nessun governo si è mai preso la briga di risolvere con programmi seri e lungimiranti?
I problemi non si risolvono “spostandoli da un’altra parte” o addossando la colpa della loro esistenza a qualcuno.
In Italia siamo vittime di una diffusa mentalità chiusa, gretta, affarista che non sa aprirsi al mondo e alle opportunità che la differenza offre.
Per questo gli italiani sono da stigmatizzare? Gli italiani sono i loro governi incapaci, la stampa monopolista e superficiale, i trasporti indebitati, gli studenti bulli, la criminalità organizzata e disorganizzata?
Questo è quello che oggi stiamo dicendo agli stranieri e quello che, ci siamo dimenticati, fu detto ai nostri nonni e bisnonni quando emigrarono: voi non siete persone con un’identità, siete l’altro, l’alterità a noi nemica.
Che spreco.
Mi piacerebbe che, un giorno, un giornalista straniero dipingesse l’Italia che i suoi occhi osservano come l’Islanda descritta da John Carlin. Mi piacerebbe che anche l’Italia fosse definita un grande patchwork con famiglie allargate, creative e con bambini felici che avranno l’opportunità di diventare adulti felici.
E forse basterebbe davvero poco. Forse, il destino di un paese e del suo popolo si racchiude in una semplice capacità: quella di saper prendere il meglio dalle altre culture e società.
I problemi fanno parte della vita, ma credere di risolverli con la violenza e la discriminazione è un vecchio modo di pensare che continua a ripresentarci gli stessi problemi in modo diversi.
La violenza non è una caratteristica che possiamo assegnare a un popolo o a un’etnia. La violenza è figlia dell’ignoranza e del pregiudizio e ne siamo tutti portatori insani. È una scelta ed è individuale, per quanto scomodo sia accettarlo.
La citazione di oggi:
La prima lezione che abbiamo appreso dalle democrazie occidentali, quando ci siamo messi al loro fianco, è che non esiste colpevolezza collettiva. Che in uno stato di diritto nessuno è colpevole per le abiezioni altrui. Che l’atto di associare una razza, una classe, un popolo, le propensioni sessuali e via dicendo a un crimine è un esecrabile principio nazista. Per quanto profondamente addolorata e traumatizzata da un crimine, una società che non sia ipocrita deve accettare che quel trauma le è stato provocato da un individuo, non certo da un’etnia o da un popolo. E che perfino quell’individuo merita di essere trattato da uomo e giudicato in base alle leggi che regolano il vivere civile. Altrimenti si arriva ad Auschwitz e a Guantanamo. – Mircea Cartarescu
E la consapevolezza:
Dal film Le Peuple Migrateur
Da leggere:
- Provo Vergona, articolo di Mircea Cartarescu pubblicato su Internazionale, 9 novembre 2007 (file doc | web)
Qualche mese fa mi ero avventurata nel controverso terreno del senso che diamo alle esperienze vissute e alle persone incontrate: opportunità o imposizioni del caso?
Di certo non esiste una risposta assoluta e le mie conclusioni a dicembre erano state in parte pessimiste e rassegnate di fronte a una realtà che pareva sceglierci e non essere scelta.
Dicembre, gennaio. Nuove esperienze, nuove riflessioni. Febbraio, marzo. Nuove persone, ulteriori riflessioni. Aprile, maggio. Nuove conclusioni.
È innegabile che l’interpretazione che diamo del nostro vissuto influisca sull’idea di un nostro ipotetico futuro. Quello che viviamo e abbiamo vissuto, nella nostra mente sarà anche quello che con ogni probabilità finiremo per rivivere. Permane la speranza, ma è flebile e per dare un senso alle brutte esperienze e agli spiacevoli incontri si ricorre a ogni stratagemma: l’essenziale è non arrendersi all’eventualità che tali esperienze e incontri possano anche dipendere da noi.
Non parlo di traumi o tragedie, ma di tutte le piccole o grandi delusioni in cui incappiamo quotidianamente e dalle quali sembriamo incapaci di liberarci.
Certe esperienze o l’incontro con determinate persone ci capita e basta? Non siamo forse anche noi gli artefici di quella nuova realtà che chiede di essere vissuta? La mia prima risposta era stata: noi siamo vittime e forse non c’è una soluzione, se non quella di evitarsi il dolore delle aspettative. Era l’interpretazione che davo al mio presente, un circolo vizioso di pessimismo e rassegnazione. Era il relativo che indossava i panni dell’assoluto ingannando mente ed evidenza.
Quante volte ci capita? Quante volte diamo a un’interpretazione il dominio assoluto dei nostri pensieri e azioni? Le persone ci sono antipatiche o simpatiche in modo superficiale, etichettiamo le esperienze a seconda dello stato d’animo e dei risultati immediati. Siamo convinti che il passato sia una porta chiusa per tutto ciò che di bello potrebbe ripresentarsi, mentre si trasforma in un portone spalancato per delusioni e fallimenti?
Opportunità o imposizione non era la domanda giusta, ma era l’unica che derivasse dall’inconscio evolversi dei pensieri e della mia interpretazione dei fatti. Un’interpretazione del tutto relativa, precaria e fugace.
Per le piccole cose, quelle banali e quotidiane, come per le grandi e apparentemente inafferrabili non è tanto quello che viviamo ma il modo in cui decidiamo di viverlo a contare. È il nostro modo d’essere a determinare la qualità del nostro vissuto.
Come scrive Milana Runjic nella sua rubrica su Internazionale: “In questo periodo litigo spesso con le amiche. Vuol dire che sono litigiosa? Sì: quello che succede nel mondo esterno è una conseguenza di quello che siamo dentro.”
È necessario puntualizzare che anche questa è un’interpretazione e che è relativa?! I nostri pensieri dipendono dal modo in cui decidiamo di vivere, dal modo in cui siamo, e ogni nostra conclusione assoluta deriverà da questa trascurata sorgente.
Il modo in cui ci poniamo nei confronti degli altri, i sentimenti che proviamo al loro cospetto, le reazioni che ogni situazione suscita in noi: tutto parte da quella sorgente. Vale per noi e per chi ci circonda. Non siamo alieni, come direbbe Fromm, siamo solo alienati da noi stessi. E per questo abbiamo paura degli altri, paura dei fallimenti, dei rifiuti e anche dei successi.
Paura di essere fraintesi, di non essere compresi, apprezzati, amati, aiutati nei momenti peggiori. E saperlo, purtroppo, non basta, ma rifletterci sopra ha effetti sorprendenti.
La citazione di oggi:
Mi è capitato spesso di incontrare degli sciocchi. Mi sorge il dubbio di avere qualcosa che non va: qualcosa di stupido e oscuro che mi fa impelagare in situazioni stupide e oscure. Se cambiassi il mio caratteraccio, forse migliorerebbero anche i miei rapporti con gli altri. Ma siamo sicuri che le persone che incontro siano peggio di me? È solo apparenza: io sono decisamente la peggiore. – Milana Runjic
Nessun aggiornamento su Shiningarden questo mese: la nuova veste grafica e la revisione dei contenuti non hanno lasciato spazio ad altro. Rimangono ancora delle piccole modifiche da apportare, ma la maggior parte del lavoro è terminata per fortuna. A Giugno torneranno le novità!
Nel frattempo mi accorgo che il mio account di posta è diventato un deposito di mail a cui devo rispondere. Già mi immagino gli sguardi torvi di chi si aspetta un cenno di vita da me, i pensieri infelici: “Cos’è? Non trova cinque minuti per scrivermi due righe?!!” Calma ragazzi, tranquilli ci sono e un po’ alla volta recupererò il ritardo e mi farò perdonare. Se mi vorrete perdonare!
Oggi è domenica e piove, sembra di essere tornati a novembre, ma per fortuna il calendario mi assicura dell’opposto. E anche la natura conferma: il roseto dei vicini è fiorito e la pioggia scivola sui petali rosa acceso ormai da qualche ora. In fondo, è un bello spettacolo se lo si guarda dalla prospettiva giusta. Pazienza se è domenica, se sta piovendo e se la domenica è l’unico altro giorno della settimana, accanto al sabato, in cui si è in libera uscita!
Piove e mi godo le ultime ore della giornata ascoltando un po’ di musica, raccogliendo i pensieri e scrivendo, una delle cose che amo di più. Un po’ di relax in vista di una luuuuuunga e intensa settimana. Meglio non pensarci!
Il buon vecchio oroscopo di Brezsny per la settimana appena trascorsa mi aveva predetto grandi cose: in realtà non mi pare sia successo nulla di speciale, o forse sì?! Alle volte le cose più belle e sorprendenti sono quelle di cui fingiamo di non accorgerci, quelle che lasciamo passare un po’ in sordina come se non ci avessero colpito. L’oroscopo così recitava:
Prima che nascessi , la tua anima ha fatto un accordo: nella tua vita dovrai compiere cinque miracoli. Il senso di tre di questi, però, non ti è ancora chiaro. Perché? Tanto per cominciare, quando eri piccolo i tuoi genitori e i tuoi insegnanti non ti hanno mai parlato del dono. Poi, hai troppa paura di immaginare quello di cui sei veramente capace. Questa è la cattiva notizia, Cancerino. La buona è che sei vicino al luogo misterioso dove si annida uno dei tuoi cinque sogni nascosti.
Cinque miracoli? Wow! Vabbè, sognare non può far male e aiuta a gustarsi la vita con più serenità. Per questo motivo la settimana appena trascorsa la ricorderò come quella delle grandi domande e delle grandi risposte.
La ricorderò come una settimana nata sotto il segno dell’acqua. Un po’ mistica, un po’ malinconica, un po’ rivelatrice.
Il passato che bussa nuovamente alla porta e il futuro che sussurra: “Ehi, ci sono anch’io!”
Nel mio immaginario rimarrà impressa come lo sguardo di sorpresa che ti si dipinge sul volto alla vista di una persona che pensavi di aver dimenticato e per la quale non pensavi di provare più alcuna emozione. Alle volte la nostra mente si sbaglia e le emozioni sono illogiche, irrazionali, imprevedibili e per questo vincono.
Continua a piovere e anche i ricordi si bagnano di gocce silenziose.
Questi i pensieri:
Emozioni d’acqua. Lo sguardo fugge imbarazzato dall’incomprensione del momento, dell’emozione. Cos’è? Si domanda incredulo. Nessuno conosce la risposta e la paura è l’unica a dettar legge: “E’ qualcosa che non voglio, che non vuole.”
Si fugge come sempre, dall’acqua, nell’acqua.
Scappa uno sguardo, scappa un saluto, scappa un sorriso e tutto sembra essere ritrovato. È tutto. Poi niente. Tutto e niente. Si stava per afferrare qualcosa e l’altalena è tornata indietro. Ogni volta. La prima volta. L’ultima. Ma non si scende, non si può. Non si vuole. E così si spinge più forte e si vola più in alto oltre le parole, l’indifferenza. Si cerca di afferrare l’inafferrabile. Perché è lì, è di fronte ai nostri occhi. È acqua, acqua che cammina anche dentro di noi.
E questa la musica:
Non tutto è collegato e non tutto è irrazionale e privo di senso. È solo l’irriverente umorismo della vita.